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Avvenimento nel Parco

CORDOGLIO PER LA SCOMPARSA DI GIOVANNI COFFARELLI



Voce della cultura popolare vesuviana nel mondo.

È morto Giovanni Coffarelli. Il 31 agosto è morto Giovanni Coffarelli. Chi non sa di musica e di cose vesuviane si chiederà chi fosse. Viceversa chi sa di Vesuvio, delle sue tradizioni, della sua musica, della tammorra, non può non associare tutto questo a quel nome e piangerne la scomparsa.

Era un personaggio noto e apprezzato sin negli Stati Uniti. Quando ci incontravamo mi faceva vedere i ritagli degli articoli che ne celebravano l’arte da Parigi a New York e si vantava dell’amicizia con il maestro De Simone, con Fausta Vetere, Antonio Sinagra, ma, soprattutto, del più prestigioso Alan Lomax

Si riteneva il migliore, ma non l’unico. Più che altro si riteneva il più genuino interprete, con la sua “paranza”, della tradizione vesuviana che più recenti e disinvolte interpretazioni – dalla tammorra alla “festa delle lucerne” – sottoponevano a incomprensibili contaminazioni e trasformazioni commerciali.

Queste cose le diceva, cantando, raccontando fiabe, ricostruendo la storia degli strumenti, nel suo studio- laboratorio-museo di Somma Vesuviana. Lo faceva a grandi e piccoli. Soprattutto scolaresche cui offriva anche una pizza e una coca cola. A fine giugno in una di queste occasioni con un gruppo di studenti sedicenni, era particolarmente triste e faceva raccomandazioni da buon padre di famiglia oltre che da maestro di tammorra. Molti se ne andarono commossi, girando il viso dall’altro lato per non far vedere le lacrime.  Allora, come oggi, ero anche io tra questi.

La sua paranza. Da oltre un mese stavamo preparando un concerto che avrebbe chiuso, la sera del prossimo 12 settembre, la terza edizione di Vesuvinum, la manifestazione settembrina della “Strada del vino del Vesuvio e dei prodotto vesuviani”. Aveva allertato tutti i collaboratori più antichi e più recenti della sua paranza. La mattina del 30 agosto l’ho chiamato per concordare gli ultimi dettagli. Tra le lacrime mi ha detto che stava male e non ce l’avrebbe fatta a rimettersi in piedi per il 12, ma che comunque il concerto si doveva fare. L’ho rassicurato, ma non potrò mantenere la promessa.

Ugo Leone


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È stato capace di aprire le porte della città alla Ricerca sulla Tradizione e alla conoscenza di una umanità umile, colta, portatrice di valori e idee di grande spessore.

L’ultima volta che ho visto Giovanni Coffarelli è stata sabato scorso. Era molto sofferente, pallido, consumato dal male. Eppure, tra le fitte e un lamento, aveva trovato il modo di parlare del futuro, di ciò che aveva in mente di fare nei prossimi mesi, di un libro che stava per essere pubblicato, di un lavoro discografico in piena cottura. Giovanni era così: caparbio, proiettato al domani, incorreggibile nei suoi propositi, entusiasta del suo impegno, impregnato del sudore della terra vesuviana… Poi, quella telefonata che sai di poter ricevere in ogni momento, ma che vorresti cancellare ad ogni trillo.

Conoscevo Giovanni da una quarantina d’anni. Una vita intera. Avevamo uno stretto rapporto di amicizia e di collaborazione, che, spesso, ha suscitato anche qualche velenoso commento. Egli, infatti, è stato sempre accusato di essere un mio strenuo difensore, costi quel che costi, in ogni occasione in cui, malgrado tutto, sono stato protagonista. Ed io, invece, sono stato accusato di essere stato il maggiore responsabile nell’avergli fatto “montare la testa”, come dicevano i tanti mangiapane a tradimento della nostra terra.

Giovanni aveva una statura immensa, come la sua voce. Tutta la comunità locale deve molto a quest’uomo, che ha aperto le porte della città ad un mondo mai troppo esplorato (quello della Ricerca sulla Tradizione) ed alla conoscenza di una umanità umile, colta, portatrice di un bagaglio di valori e di idee di grande spessore.
Una grande di dote di quest’uomo che ci ha lasciato era quella di non essere geloso delle sue conoscenze, del suo mondo, delle sue cose, della sua produzione. Era, in ogni manifestazione, franco, schietto, immediato, ingenuo. Insomma, era una personalità solare, luminosa, sempre pronta al dialogo ed al confronto.

Bastava conoscere lui e si conoscevano, immediatamente, tutte le persone che frequentava. Così, senza sforzo, posa o calcolo. Solo per il piacere di allargare il cerchio, aggiungere un posto a tavola, comporre un numero telefonico per un nuovo incontro. È stato così che nel circuito delle amicizie sommesi sono diventati di casa Roberto De Simone e Paolo Apolito, Fausta Vetere e Corrado Sfogli, Ginette Herry e Anna Lomax, Roberta Tucci, Eugenio Bennato, Peppe Barra e tanti altri.

Giovanni è stato e rimarrà un valore incancellabile. È stato la voce della memoria. Egli era in grado, in un niente, di ricostruire ceppi familiari, relazioni parentali, nomi patronimici, mestieri di famiglia, aneddoti e storie private. Sapeva raccontare delle usanze contadine, dei riti agricoli, religiosi e pagani. Nell’organizzazione delle feste popolari era sempre in prima linea (fin quando glielo hanno concesso le forze e i soliti detrattori). Aveva il privilegio, per eredità familiare, di sostenere la statua dell’Addolorata nella processione del venerdì santo; camminava fianco a fianco con la statua di san Gennaro e con quella di sant’Antonio Abate lungo le loro processioni.

Per la festa delle lucerne –a parte le ultime due edizioni in cui le new entry organizzatrici l’avevano relegato nella naftalina- non solo si preoccupava dell’olio, delle lucerne stesse, dei supporti di legno e dei permessi da chiedere, ma era solito anche correre sul monte Somma, per tagliare felci e ginestre, rami di castagno e tralci di viti. E, poi, doveva fare le sue cento telefonate d’inviti. Tutti ospiti a casa sua.
Casa sua era ed è un piccolo museo. C’è di tutto: fotografie, articoli di giornali, strumenti musicali, libri, stampe varie. Non c’è stata ricerca sulla cultura popolare di Somma Vesuviana che non abbia avuto inizio da casa Coffarelli.

In verità, quando si andava a casa di Giovanni era difficile andar via in breve tempo. Aveva, infatti, sempre qualcosa da raccontarti, una telefonata da commentare, un libro da farti vedere. Anche ad un estraneo, a uno conosciuto sul momento Giovanni era capace di dire: “Mi ha scritto Anna Lomax”, “Mi hanno invitato a un seminario a Milano”, “Domani mi devo incontrare col professore Lamberti”.

Con Giovanni si viaggiava più che in un viaggio vero. Le sue parole diventavano suoni, accendevano i riflettori, aprivano i sipari, preparavano le “chiamate”. Si saltava da una città all’altra, dall’America a Parigi, da un grande teatro a una platea solo immaginaria. Nei suoi racconti non era, però, mai l’unico protagonista: occupava solo gli spazi che gli erano concessi. Il resto spettava a Fausta e a Roberto e ai suoi vecchi compagni di avventura come Ciccillo ‘o sale e pepe (Franco Salierno), ‘o picciunciello (Carmine Fiorillo) e Ciro Barra. Poi, srotolava la musica. La mimica e la voce erano colpi di tamburo, cori e falsetti. Faceva tutto da solo, una vera commedia dell’arte. Cedeva qualche colpo di tamburo solo in presenza di Pasquale d’a Zabatta (Pasquale Ambrosio).

Giovanni Coffarelli era una persona tanto eccezionale quanto umile.
Dava l’impressione di non ascoltare nessuno, perché voleva sempre parlare lui. Accettava, invece, ogni parola, rifletteva su tutto quanto accadeva o gli si diceva. Ci ritornava su, rimuginava.
Al Casamale, il suo luogo di nascita, lo chiamavano ‘o pignuolo, perché era esageratamente esigente, meticoloso, severo. Non faceva sconti nemmeno a se stesso. Dava tutto se stesso, anche quando, con la sua voce intensa, intonava un canto a figliola o modulava un canto alla potatora. I suoi melismi inchiodavano tutti quelli che li ascoltavano. Ogni suo canto era una preghiera laica, uno scherzo d’amore o un nemmeno tanto larvato messaggio politico.

Io, più di tutto, ho amato i suoi paraustielli (discorsi pretestuosi), da uno dei quali era nato il titolo di un lavoro da me curato: “E’ ghiut’ ‘o treno dint’ ‘e fave”. Ho amato anche i suoi discorsi “dotti”, quelli a quali era solito premettere “scusatemi, ma non tengo una cultura ufficiale”. Mi incuriosivano le sue riflessioni mai campate in aria, alcuni suoi costrutti sintattici, il prezioso uso di alcune termini dialettali ormai cancellati dalla parlata corrente. Una vera fonte a cui attingere!

Poche ore fa ho salutato Giovanni Coffarelli per l’ultima volta. Mi sembrava conservasse la preoccupazione di chi non sia riuscito a fare tutto ciò che si era prefissato di fare. Ho guardato le sue mani callose di contadino ma tanto agili nel percuotere la membrana di un tamburo. Mi ha impressionato la seraficità del volto chiusa in un’espressione compunta: ‘o pignuolo aveva fronteggiato, da par suo, anche la morte come un dovere nella vita dell’uomo! Mi hanno colpito, infine, le labbra un poco schiuse, quasi pronte a intonare un ultimo canto ‘a figliola: “Quant’è bello/, quant’è bello/, chi va pe’ feste/ e nce va co’ nomme e ca’ fede/ ‘e mamma schiavona”.

Caro Giovanni, che ci volessimo bene ce lo siamo detti sabato sera, come ci siamo detti che ci siamo sempre presi in giro e ci siamo altrettanto sempre incazzati. Ti dico, ora, solo quello che non ebbi il coraggio di dirti l’altra sera: ci mancherai molto, a me e a questa comunità vesuviana, un po’ superficiale e un po’ distratta, ma, in fondo, riconoscente nei confronti degli uomini che le hanno dato lustro.
Ciao, Giovanni. 

Fonte:

Il Mediano  - Autore: Ciro Raia


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Alcuni brani del maestro:




Ausonia. Giovanni Coffarelli e Carlo Faiello

Canto alla potatora. Paranza di Somma Vesuviana e Giovanni Coffarelli

Tammurriata. Paranza di Somma Vesuviana




I brani sono tratti dal CD “Feste e Canti del Vesuvio” edito dall’Ente Parco nazionale del Vesuvio.

Progetto musicale realizzato nell’ambito del POR CAMPANIA 2000 -2006

PIT – VESEVO  PROGETTO S15 “RETE SOCIALE”

Ideazione a cura di:

Giovanni Romano, responsabile del procedimento del Progetto Rete Sociale

per il Parco Nazionale del Vesuvio,

Salvatore De Martino ed Adriana Nave, supporto al RUP

Coordinamento musicale:

Peppe D’Argenzio, con il contributo di Raffele Di Mauro, foto di Giulio Bulfoni

Selezione musicale di Peppe D’Argenzio

Hanno collaborato:

Augusto Ferraiuolo, Lucia Cavaliere - SL&A, Corrado Sfogli e la N.C.C.P, Mimmo Ferraro,

Marcello Colasurdo, Carlo Faiello, il Triotarantae, Angelo De Falco e i Zezi,

Giovanni Coffarelli, la Compagnia Nuove Indie, Ciro Raia, Antonio Acocella, la Paranza

di Somma Vesuviana, Giorgio Adamo, Giovanni Guardi, Maurizio Martinotti, Marco Zurzolo,

Antonio Miscenà, Leandro Piccioni, Canio Lo Guercio, Paolo Dossena.







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